Crescere negli anni 60 e 70 significava imparare a tirar fuori soluzioni con quello che si aveva davanti. Non c’è nostalgia retorica qui. C’è un fatto pratico: molte persone nate in quegli anni svilupparono abilità risolutive che oggi appaiono insolite perché non contemplano uno schermo o un motore di ricerca. Questo articolo non mette il passato su un piedistallo. Propone invece una lettura critica e personale di come certe strategie mentali sopravvivono, si trasformano e ancora oggi valgono come strumenti utili contro la rapida comodità digitale.
Il problema come oggetto da manipolare
Imparavamo a risolvere problemi come si riparava una vecchia bicicletta. Si guardava, si toccava, si provava. Non c’era subito un tutorial. Questa condizione obbligava a capire la struttura dell’oggetto del problema. Io ricordo il primo motorino che smontai con mio zio. Non sapevamo tutto ma avevamo tempo, pazienza e la libertà di sbagliare senza che l’errore rimanesse registrato per sempre.
Questa modalità ha generato due effetti paralleli. Il primo fu una curiosità operativa, cioè la voglia di capire come qualcosa funzionava dall’interno. Il secondo fu una tolleranza per l’incertezza. Oggi la tolleranza è spesso codificata come frustrazione: se lo smartphone non dà la risposta immediata, il primo istinto è sostituire lo strumento o arrendersi.
Un approccio che coinvolge i corpi
La risoluzione dei problemi allora non era puramente cognitiva. Coinvolgeva mani, odori, suoni. La conoscenza era incorporata. Cucinare senza ricetta di internet, ad esempio, significa misurare con l’occhio, aggiustare con il palato e memorizzare per imitazione. Queste pratiche formavano una memoria motoria che oggi molti non hanno più: si sa cosa fare ma non lo si trova scritto sullo schermo.
La rete sociale come primo motore di ricerca
Prima dei motori di ricerca esisteva la rete personale. Si chiamava famiglia, vicini, collega in officina. Bisognava chiedere, discutere, negoziare una soluzione. Questa dinamica costruiva capacità di sintetizzare un problema in poche frasi, di ascoltare suggerimenti che spesso erano frammentari e di combinare informazioni diverse per arrivare a una soluzione. Era una palestra di comunicazione pratica. Non sempre bella da vedere, ma efficace.
Questa pratica ha lasciato in molti della mia generazione una certa dignità nel chiedere aiuto. Non è colpa della generazione successiva se chiede meno: è una trasformazione sociale. Però la perdita di abitudine a consultare persone dal vivo ha ridotto la capacità di mettere insieme prospettive diverse velocemente.
David J. Deming Professor of Education and Economics Harvard Graduate School of Education Danoff Dean of Harvard College. Skills that combine social perception and teamwork are increasingly valuable in labor markets dominated by automation.
Questa citazione sposta la discussione: non si tratta di rifiutare la tecnologia. Si tratta di riconoscere che certe abilità non sono relegate al passato ma sono risorse competitive quando combinate con gli strumenti moderni.
Semplificare senza perdere la profondità
La generazione degli anni 60 e 70 sviluppò anche una capacità di semplificazione pratica. Di fronte a un problema si eliminavano gli elementi non essenziali fino a scoprire il nucleo. Non è la stessa cosa che banalizzare. È più simile a isolare la variabile cruciale di un esperimento. Questo atteggiamento nasceva dall’assenza di informazioni immediate: per arrivare a una soluzione efficace occorreva separare il rumore dal segnale.
Negli ambienti di lavoro moderni questa abilità spesso è sovrastimata come banale chiarezza. In realtà è una disciplina che richiede esercizio. Non si migliora con app o plugin. Si migliora con la pratica e con errori che pesano e lasciano traccia.
La cultura del tempo lento
Non voglio imbellettare il passato. C’era anche spreco, rigidità e pregiudizio. Ma il tempo lento, la possibilità di iterare su un problema senza la pressione di un refresh digitale, creava spazio per soluzioni eleganti. Oggi il tempo è frammentato da notifiche e scadenze. Si perde la possibilità di incubazione mentale che spesso è necessaria per intuizioni buone e non affrettate.
Quando il vecchio e il nuovo si incontrano
La sintesi felice non è nostalgia né tecnofobia. È un ibrido: usare la velocità dell’accesso digitale insieme alla profondità di un approccio pratico. Le persone nate negli anni 60 e 70 possono insegnare a rallentare il pensiero operativo. I giovani possono insegnare a filtrare l’informazione rapidamente. In alcuni luoghi professionali questa contaminazione è già avvenuta. In molti altri, invece, si assiste a un fraintendimento: tecnologia come surrogato di esperienza.
Personalmente penso che dovremmo recuperare l’idea del laboratorio domestico. Non il laboratorio come luogo d’élite, ma come spazio di tentativi. Fare, sbagliare, imparare. Questo non è contrario all’uso intelligente della tecnologia. È la condizione perché la tecnologia sia uno strumento e non un’abitudine che attenua competenze.
Una nota aperta
Non troverete qui istruzioni passo passo. Non credo nelle ricette universali per la creatività o per la risoluzione dei problemi. Esistono però pratiche che favoriscono la resilienza cognitiva. Alcune sono semplici e scomode. Richiedono di spegnere lo schermo per qualche ora senza sentirsi colpevoli. Richiedono di chiedere aiuto a una persona anziché a un motore di ricerca. Sono cose che funzionano se fatte abbastanza da diventare abitudine.
| Idea | Cosa significa | Perché conta |
|---|---|---|
| Manipolare l’oggetto | Esplorare fisicamente il problema per capirne la struttura | Genera memoria procedurale e intuizioni non ottenibili solo attraverso informazioni digitali |
| Consultare la rete sociale | Usare persone reali come primo punto di risposta | Costruisce abilità comunicative e permette combinazioni inaspettate di informazioni |
| Semplificare il nucleo | Isolare la variabile cruciale del problema | Riduce il rumore informativo e accelera soluzioni pratiche |
| Incubazione | Lasciare che il problema maturi nella testa senza forzare una risposta | Favorisce intuizioni più robuste e meno reattive |
FAQ
Perché questa capacità di risolvere problemi senza tecnologia sembra rara oggi?
Perché la tecnologia ha abbassato la soglia di accesso all’informazione e ha reso molte fasi del processo più veloci. Questo è utile ma ha un effetto collaterale. Le persone non esercitano più certe parti del percorso risolutivo. È come smettere di raffinare un’abilità motorio pratica perché c’è sempre un attrezzo che lo fa per noi. Il risultato è che la soluzione diventa più dipendente dallo strumento che dalla capacità personale.
Queste abilità sono trasferibili alle nuove generazioni?
Sì ma non automaticamente. Si trasferiscono meglio quando la conoscenza è incarnata in attività reali. Non basta leggere. Occorre fare insieme. Laboratori, attività pratiche e lavoro di squadra rimangono canali efficaci. L’apprendimento esperienziale crea ponti tra generazioni.
La tecnologia ha tolto valore a queste competenze?
Non completamente. Ha cambiato il contesto. Alcune competenze diventano meno richieste in modo diretto ma più preziose quando combinate con la capacità di gestire l’ignoto. Ad esempio la capacità di spiegare un problema a una squadra e coordinarne la risoluzione è molto richiesta in ambienti dove l’automazione esegue compiti ripetitivi ma non prende decisioni complesse.
Come si può praticare oggi questo modo di affrontare i problemi?
Si può ricominciare da piccoli esercizi: dedicare tempo a progetti manuali, fare domande a persone con esperienza, imparare a tollerare l’errore come fonte di informazione. Non è una formula magica. È piuttosto un allenamento che richiede ripetizione e un atteggiamento curioso.
È utile per chi lavora in settori altamente tecnologici?
Assolutamente. Chi lavora con tecnologie complesse ottiene vantaggio se sa isolare il problema, comunicare con chiarezza e fare prove pratiche. La tecnologia può accelerare il lavoro ma non sostituisce la capacità di decidere cosa provare e quando cambiare strategia.
Questo articolo propone un ritorno al passato?
No. Non chiedo di tornare indietro. Propongo di recuperare metodi selezionati che funzionavano e integrarli con i vantaggi odierni. La modernità non elimina la saggezza pratica. La trasforma in materia prima per nuove combinazioni.