Ho passato ore a parlare con amici nati tra il 1945 e il 1965. Quello che mi ha colpito non è soltanto la nostalgia per canzoni o film, ma un modo di assumersi la responsabilità che non appare nei manuali di parenting moderni. Questa non è una celebrazione retorica. È un tentativo di capire quali pratiche concrete e quali limiti culturali di quegli anni possano ancora insegnarci qualcosa sulla responsabilità personale e collettiva.
Una definizione vissuta e mai solo teorica
Negli anni Sessanta e Settanta la parola responsabilità non era separata da pratiche domestiche e lavorative. Non era un concetto da conferenza ma una serie di gesti quotidiani che formavano abitudini. Si riparava una giacca alla luce di una lampada. Si lasciava il lavoro esterno per sistemare un problema in casa. I ragazzi imparavano regole di convivenza attraverso compiti concreti e non solo istruzioni verbali. Questa dimensione pratica rendeva la responsabilità meno astratta e più misurabile.
La responsabilità come mestiere
Quello che oggi chiamiamo resilienza in gran parte nasceva da un mix di necessità e di rituali domestici. Se una caldaia si guastava bisognava sapersi arrangiare o chiedere aiuto in modo efficace. Non era vergognoso chiedere aiuto ma era poco frequente eliminare il problema lasciandolo ad altri. Il confine tra autonomia e sana dipendenza era meno teorizzato e più praticato.
Prof.ssa Elena Bari sociologa Universita di Roma. La responsabilita era praticata quotidianamente e non delegata solo a istituzioni. Questo tipo di pratica sviluppava competenze sociali che oggi si danno per scontate.
Le parole della professoressa Elena Bari suonano nette perché puntano sul punto cruciale. Non occorre rimpiangere un passato ideale. Il punto è estrarre ciò che funzionava davvero e adattarlo a tempi diversi.
Strutture che obbligavano a rispondere
La scuola, il lavoro e la comunità avevano un ruolo disciplinante ma anche educativo. I voti non erano solo numeri; servivano a far capire che i propri atti avevano conseguenze. Il lavoro giovanile era più comune e meno regolato dai percorsi protetti che abbiamo oggi e questo esponeva i giovani a responsabilità reali con risultati contraddittori. Certe volte la lezione era dura ma efficace nell’insegnare limiti.
Non dico che fosse tutto giusto. La rigidità poteva essere punitiva e l’esclusione sociale era una minaccia reale. Però incapacitarsi a riconoscere che alcune strutture obbligavano le persone a prendersi cura delle loro vite è un errore interpretativo.
La famiglia come sistema di esercitazione
La famiglia funzionava come un piccolo laboratorio di prova. Non era perfetta. Ma metteva in scena conflitti che diventavano esercizi di responsabilità. Si imparava a mediare, a mantenere impegni, a riconoscere errori. Era un addestramento assai pratico che oggi abbiamo spesso delegato a programmi scolastici e counseling, e questo cambio ha effetti positivi e negativi.
Perché non possiamo semplicemente tornare indietro
Non mi interessa proporre una macchina del tempo. Le condizioni sociali ed economiche sono mutate. Le famiglie sono più piccole, i lavori più flessibili, il mercato richiede competenze diverse. Tornare a quel modello sarebbe impossibile e ingiusto. La vera domanda è cosa possiamo recuperare senza riprodurre errori e ingiustizie.
La risposta non è unica. Per me significa recuperare l’idea che la responsabilità si insegna con il corpo e non solo con parole. Significa restituire spazi alle pratiche condivise e ridare valore al fallimento come scuola. Significa anche mettere in discussione alcune tecniche educative che sostituiscono esperienza con simulazione.
Quali pratiche adottare oggi
Non offro una lista di regole. Offro suggerimenti che derivano da osservazioni e da conversazioni con chi quegli anni li ha vissuti. Dare ai giovani compiti reali anche piccoli. Coinvolgere la comunità locale in progetti di cura degli spazi. Valorizzare il lavoro manuale come esercizio cognitivo. Non imporre il rischio ma non eliminarlo totalmente. Permettere che le conseguenze dei propri atti abbiano rilevanza.
Un esempio concreto
In una città del Nord qualcuno ha trasformato un cortile in un orto condiviso. Non è un progetto romantico. È un banco di prova: chi non rispetta turni perde il diritto a partecipare. Le regole sono poche e chiare. Le ricompense non sono monetarie. Sono competenze e credibilità sociale. I risultati sono locali ma reali.
Critiche e limiti delle lezioni del passato
Le lezioni degli anni Sessanta e Settanta non sono panacee. Erano spesso legate a norme di genere rigide e a reti di solidarietà che escludevano molti. Bisogna essere onesti su questo. Se recuperiamo pratiche utili lo facciamo filtrandole e contestualizzandole. Non intendo tornare a una gerarchia che soffoca l’autonomia personale. Intendo recuperare la concretezza nel formare responsabilita.
Resta un punto aperto. Come bilanciare responsabilita individuale e responsabilita collettiva in un mondo iperconnesso ma spesso frammentato? Non lo so. È una domanda su cui vale la pena lavorare insieme piu che privatamente.
Conclusione non definitiva
La generazione degli anni Sessanta e Settanta possedeva strumenti pratici per esercitare responsabilità che oggi abbiamo in parte smarrito. Recuperare non significa ripetere. Significa convertire pratiche in principi adattati alla complessità moderna. Chi cerca regole nette rimarrà deluso. Chi è disposto a sperimentare troverà spunti utili.
| Idea chiave | Cosa significa oggi |
|---|---|
| Responsabilita come pratica | Compiti reali e misurabili nella vita quotidiana. |
| Strutture formanti | Scuola e lavoro come spazi di prova non solo di istruzione teorica. |
| Famiglia laboratorio | Relazioni che insegnano mediazione e conseguenze. |
| Recupero adattato | Selezionare pratiche utili e adattarle al contesto attuale. |
FAQ
Che cosa intendi con responsabilita praticata e non teorizzata?
Voglio dire che molte lezioni di responsabilita venivano apprese attraverso azioni ripetute e situazioni concrete. Chi faceva piccole riparazioni in casa imparava un metodo di soluzione dei problemi. Non era un corso ma un allenamento quotidiano. Questo genere di apprendimento è spesso sottovalutato oggi perché si tende a credere che l’informazione digitale possa sostituire l’esperienza diretta. Non la sostituisce completamente.
Come evitare i limiti del passato se si recuperano pratiche tradizionali?
> Si evita con attenzione critica e selettiva. Non tutte le pratiche del passato sono utili. Alcune erano rigide e discriminatorie. Recuperare significa valutare e trasformare. Un esempio pratico è quello dei ruoli domestici. Non si tratta di ripristinarli ma di trasformare la ripartizione delle responsabilita in modo equo e consapevole.
Quanto conta il contesto economico nella capacita di assumersi responsabilita?
Conta moltissimo. Pratiche di responsabilita fioriscono dove esistono risorse minime di sicurezza. Se le persone vivono in precarieta costante la responsabilita diventa sopravvivenza e non crescita. La lezione allora è doppia: promuovere competenze personali e allo stesso tempo lavorare su condizioni sociali che le rendano possibili.
Possono le scuole moderne insegnare questo tipo di responsabilita?
Sì ma con cambiamenti. Serve meno simulazione e piu progetti concreti che abbiano conseguenze reali. Serve responsabilita condivisa tra famiglie scuola e territorio. Serve progettare spazi dove gli studenti possano vedere l’impatto delle proprie scelte nel mondo reale.
Quale singola pratica consiglieresti di reintroduce a casa?
Non è una raccomandazione unica ma un invito a sperimentare: affidare compiti domestici che abbiano regole e responsabilita chiare. Non compiti simbolici ma reali. Se falliscono le conseguenze devono essere proporzionate e coerenti. Questo insegna che le proprie azioni contano e come rimediare quando si sbaglia.