Neuroscienze spiegano perché chi è cresciuto negli anni 60 e 70 mostra una capacità di concentrazione diversa

Perché molte persone nate o cresciute negli anni 60 e 70 sembrano avere una concentrazione diversa rispetto ai giovani di oggi. Non parlo di nostalgia sognante o di un vago rimpianto per i tempi passati. Parlo di un insieme di esperienze formative che la neuroscienza comincia a decifrare e che hanno plasmato meccanismi attentivi più resistenti alla distrazione. Questo pezzo prova a spiegare quel che la ricerca suggerisce senza trasformare tutto in dogma. Alcune cose restano in sospeso e vanno ancora verificate. Ma vale la pena ascoltare la domanda.

Un contesto sociale che modella il cervello

Gli anni 60 e 70 in Italia non erano solo politica e moda. Erano vite con meno stimoli istantanei. I bambini passavano ore fuori casa, imparavano a risolvere problemi senza un tutorial e spesso ricevevano meno feedback continuo dagli adulti. La neuroscienza ci dice che il cervello è plastico. Se per anni viene addestrato a gestire interruzioni meno frequenti e a tollerare periodi di inattività attiva, alcune reti neurali si organizzano in modo diverso.

La pazienza come allenamento attentivo

I processi attentivi non nascono dal nulla. Alcuni meccanismi che oggi chiamiamo controllo esecutivo e regolazione dell’attenzione si affinano quando si è costretti a restare concentrati su compiti lunghi senza sostituti digitali. Non è una morale sulla bontà di un epoca ma un’osservazione pratica. Il cervello impara a creare un«fondo» cognitivo stabile quando lo ambiente non ti bombarda di iperstimoli.

Juan Pascual Leone Professor of Neurology and Cognitive Neuroscience Harvard Medical School The temporal patterns of attentional development are shaped by social and technological context.

La chiarezza di questa affermazione non è totale. Pascual Leone parla della «temporalità» dello sviluppo attentivo come qualcosa che interagisce con il mondo esterno. Tradotto nella vita quotidiana di allora significa che certe abilità si consolidavano perché venivano richieste più spesso.

Meccanismi cerebrali: cosa dicono gli studi recenti

Negli ultimi anni la ricerca sull’attenzione ha portato nuovi strumenti. EEG e risonanza magnetica permettono di vedere come oscillazioni in bande di frequenza diverse accompagnino stati di profonda concentrazione o di distrazione. Alcuni lavori, anche molto recenti, mostrano che pattern gamma pronunciati e una riduzione della potenza alfa sono correlati a stati di attenzione sostenuta. Se un ambiente formativo incoraggia la pratica di attenzione prolungata, è plausibile che vengano rafforzati quei circuiti.

Non solo genetica. L’ambiente conta

Uno degli errori più comuni è cercare una singola causa. Non è che chi è nato negli anni 60 abbia un gene della concentrazione. È che l’interazione tra predisposizioni individuali e una serie di pratiche sociali e culturali produce traiettorie differenti. Scuole con compiti lunghi. Famiglie che lasciavano spazio all’autonomia. Giochi non mediati da schermi. Tutto insieme modella l’uso quotidiano delle reti frontali e parietali che coordinano l’attenzione.

Osservazioni personali e qualche obiezione

Parlo con persone nate in quegli anni e percepisco qualcosa che i dati possono faticare a catturare. C’è una forma di resistenza alla frenesia digitale che non è solo tecnica ma etica e culturale. Però attenzione. Questo non significa che la generazione più anziana sia migliore nella concentrazione in senso assoluto. Ci sono giovani che sviluppano capacità incredibili. La differenza è più spesso nella qualità delle strategie a disposizione e nella frequenza con cui sono state esercitate.

Esiste anche una parziale controprova. Alcuni studi mostrano che l’esposizione moderata a ambienti stimolanti può incrementare flessibilità cognitiva. Chi cresce con molte stimolazioni impara a passare rapidamente da un compito all’altro. Ma quella abilità non equivale a sostenere un compito complesso per lunghi periodi. Sono due attitudini distinte e oggi confuse sotto l’etichetta generica di attenzione.

Una posizione non neutrale

Personalmente credo che l’epoca digitale abbia tolto qualcosa di pratico all’allenamento dell’attenzione sostenuta. Non lo dico con compiacimento. È una critica utile. Se vogliamo che le nuove generazioni sviluppino resistenza attentiva come quella osservata in molti nati negli anni 60 e 70 dovremo ripensare alla progettazione degli ambienti di apprendimento. Non basta demonizzare gli schermi. Occorrono pratiche che reinseriscano esercizi di durata, compiti senza gratificazione immediata e spazi di noia produttiva.

Quali elementi rimangono aperti

Ci sono domande che la scienza non ha ancora risolto. Quanto peso hanno esattamente fattori come la dieta o il sonno nelle differenze generazionali di attenzione. Quanto conta la variabilità individuale. E soprattutto come separare la memoria culturale dall’effetto reale sul cervello. Per ora abbiamo pattern suggestivi non prove assolute. E questo è interessante perché apre uno spazio operativo per sperimentare senza pretendere verità definitive.

Un avvertimento metodologico

Molte indagini sul comportamento delle generazioni rischiano la semplificazione. Prendono cohort e li trasformano in stereotipi. La neuroscienza è diversa perché misura. Ma anche i dati hanno bisogno di contesto. Quando leggiamo risultati che collegano esperienze infantili a prestazioni cognitive adulte dobbiamo chiedere come sono stati misurati i fattori ambientali e quanto sono controllate le variabili confondenti.

Anna Rossi Senior Researcher Cognitive Neuroscience University of Milan Changes in daily life routines during childhood can have long lasting effects on attentional strategies but the magnitude of these effects depends on multiple interacting variables.

Rossi richiama il concetto di interazione. Non è una sentenza. È una bussola per chi vuole intervenire in modo sensato.

Conclusione provocatoria

Chi è cresciuto negli anni 60 e 70 ha avuto occasioni frequenti per esercitare un tipo di attenzione che oggi spesso viene trascurato. Questo non liquida il valore delle nuove abilità nate nell’era digitale. Ma suggerisce che la società contemporanea sta pagando un prezzo in termini di profondità attentiva. Se vogliamo recuperare qualcosa, dobbiamo creare situazioni che non riproducano nostalgie ma che ricostruiscano pratiche efficaci. Nel frattempo possiamo osservare e apprendere dai comportamenti che resistono alle mode.

Riepilogo dei punti chiave

Nel prospetto che segue riassumo gli elementi discussi e le loro implicazioni in forma sintetica ma sostanziale.

Idea Perché conta
Ambiente meno stimolante Favorisce l allenamento dell attenzione sostenuta.
Pratica ripetuta Consolida reti frontali e parietali coinvolte nel controllo esecutivo.
Variabilità individuale Determina che non tutti rispondono allo stesso modo agli stimoli ambientali.
Nuove stimolazioni Incrementano flessibilita ma spesso riducono la durata dell attenzione su compiti complessi.

FAQ

Come può la neuroscienza collegare un epoca storica alla concentrazione individuale?

La neuroscienza raccoglie dati su come reti neurali rispondono a compiti attentivi e su come queste reti cambiano con l esperienza. Studi longitudinali e retrospettivi tentano di correlare pratiche infantili con prestazioni adulte. È un campo che lavora con probabilità e modelli piuttosto che con certezza assoluta. Le interpretazioni sono fatte alla luce di misure fisiologiche e comportamentali non di narrazioni intergenerazionali.

Significa che i giovani oggi non sanno concentrarsi?

Assolutamente no. La differenza è nella forma dell attenzione. Molti giovani hanno elevata capacità di switching e multitasking digitale. Ma possono mostrare minore tolleranza per compiti lunghi e monotoni. Non è una condanna. È un fenomeno osservabile che richiede strumenti di intervento educativi e sociali specifici per essere bilanciato.

Ci sono esercizi pratici per allenare l attenzione sostenuta?

Esistono protocolli sperimentali e pratiche educative che mirano a incrementare la durata dell attenzione tramite compiti progressivi e strutturati. La letteratura scientifica descrive approcci vari che vanno dal training cognitivo all organizzazione dell ambiente. Qui non offro raccomandazioni cliniche ma segnalo che la possibilità di migliorare esiste ed è oggetto di studio.

Questo significa che dobbiamo tornare indietro agli anni 60 e 70?

Non è una proposta di ritorno al passato. L evoluzione tecnologica ha portato benefici enormi. Il punto è selezionare e integrare pratiche che insegnino la resistenza attentiva senza rinunciare alle capacità digitali. È una questione di progettazione educativa e culturale piuttosto che di nostalgia.

Author

  • Antonio Minichiello is a professional Italian chef with decades of experience in Michelin-starred restaurants, luxury hotels, and international fine dining kitchens. Born in Avellino, Italy, he developed a passion for cooking as a child, learning traditional Italian techniques from his family.

    Antonio trained at culinary school from the age of 15 and has since worked at prestigious establishments including Hotel Eden – Dorchester Collection (Rome), Four Seasons Hotel Prague, Verandah at Four Seasons Hotel Las Vegas, and Marco Beach Ocean Resort (Naples, Florida). His work has earned recognition such as Zagat's #2 Best Italian Restaurant in Las Vegas, Wine Spectator Best of Award of Excellence, and OpenTable Diners' Choice Awards.

    Currently, Antonio shares his expertise on Italian recipes, kitchen hacks, and ingredient tips through his website and contributions to Ristorante Pizzeria Dell'Ulivo. He specializes in authentic Italian cuisine with modern twists, teaching home cooks how to create flavorful, efficient, and professional-quality dishes in their own kitchens.

    Learn more at www.antoniominichiello.com

    https://www.takeachef.com/it-it/chef/antonio-romano2
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