Gli anni 60 e 70 non erano solo musica e proteste. Erano un laboratorio maleducato e bello per chi voleva restare dentro l attimo invece di fuggirne. Qui provo a raccontare cosa ho visto, cosa ho letto e soprattutto cosa credo che ancora oggi possiamo imparare sul vivere pienamente presenti. Non è un manuale perfetto. È la voce di qualcuno che ha camminato su vecchi vinili e poi si è messo a battere i piedi sul tappeto della vita quotidiana.
Un tempo che insegnava a rallentare senza dirlo
La cultura degli anni 60 e 70 porta con sé molte immagini prevedibili ma anche gesti concreti: la musica che impone ascolto attento, la danza che richiede corpo qui e ora, le assemblee che obbligavano a guardare negli occhi gli altri per capirli davvero. Quello che mi colpisce è come la presenza non fosse una parola di moda ma una pratica sporca fatta di dettagli: la sigaretta passata, un accordo che si ripete, uno sguardo che non scappa. La presenza in quel periodo aveva un sapore fisico. Non era merchandising. Era una tessera di identità.
Il ritmo come maestro
Ascoltare un intero lato di un disco senza interromperlo per controllare il telefono è un atto politico. All epoca non c erano telefoni intelligenti ma c erano rituali che costringevano ad avere attenzione. Questa costrizione era liberatoria: ti costringeva a restare. Oggi la nostra capacità di rimanere ha meno esercizio. Pensateci: la vera differenza non è nostalgica, è muscolare. Il muscolo dell attenzione si allena. Gli anni 60 e 70 ce lo ricordano senza sforzarsi di dirlo.
Rischi ed esagerazioni: imparare dai limiti
Non voglio dipingere quegli anni come un paradiso di saggezza. C erano eccessi e molti errori. La promessa di fuga totale dalla realtà spesso era una forma di narcisismo collettivo. Ma da quegli stessi errori possiamo estrarre insegnamenti pratici: la presenza non è assenza di conflitto, non è anestesia. Essere presenti significa accettare la complessità del presente, anche quando è scomoda.
“The challenge for mindfulness is to be present for your experience as it is rather than immediately jumping in to change it or try to force it to be different.” Jon Kabat Zinn Professor of Medicine University of Massachusetts Medical School
Questa osservazione di Jon Kabat Zinn sintetizza un punto cruciale. Gli attivisti e gli artisti di allora mostravano che la presenza non è passiva. È un incontro attivo con ciò che c è. Non cambia tutte le cose ma cambia la qualità del contatto con esse.
Il fallimento come pratica
Molte scene giovanili degli anni 60 e 70 fallirono miseramente nel creare modelli sociali sostenibili. Eppure quei fallimenti espongono una lezione utile: provare e sbagliare costringe al presente. Quando qualcosa va storto, non c è fuga possibile. O affronti o sei assente. Voglio dire che il fallire spesso obbliga più efficacemente di ogni mantra a confrontarsi con qui e ora.
Rituali che funzionano ancora
I rituali quotidiani del passato non erano solo superstizione. Mangiare insieme, cantare, scrivere lettere, camminare in gruppo erano pratiche che stabilivano un tempo condiviso e quindi una presenza condivisa. Questi strumenti possono sembrare banali ma hanno un potere pratico: creano frizione contro la distrazione. Oggi quei rituali possono essere aggiornati senza tradirne lo spirito.
Una testimonianza controversa
“Turn on tune in drop out.” Timothy Leary Psychologist Harvard University
Quel motto spesso è frainteso. Prenderlo come abdicazione del mondo è una lettura superficiale. Per molti significò spegnere uno schema automatico per sintonizzarsi con nuovi modi di essere e poi reinserirsi con occhi diversi. Non è un invito all abbandono ma un suggerimento a rivedere il modo in cui partecipiamo.
Pratiche dal passato che non trovate nei manuali
Vorrei parlare di piccoli atti che ho visto e che raramente vengono citati: il silenzio imposto da un intero caffè che smette di chiacchierare per ascoltare un amico che racconta, la cura nel riparare una giacca insieme a un vicino invece di comprare nuova roba, il guardare un tramonto senza scattare una foto. Questi gesti insegnano che la presenza è anche scegliere il non rendimento. Non è produttività mascherata. È qualità dell esperienza.
Presenza come responsabilità
La lezione più scomoda degli anni 60 e 70 è che stare nel presente implica responsabilità. Se sei davvero qui non puoi ignorare l ingiustizia, il dolore, la noia. La presenza smaschera l indifferenza. Non è comoda. E questo è il punto. La vita pienamente presente è una richiesta etica oltre che estetica.
Come occuparsi del presente oggi senza romanticismi
Non propongo regole perfette. Offro un invito pragmatico. Ridurre i segnali che uccidono l attenzione. Reinserire rituali che creano tempo condiviso. Accettare che la presenza è disordinata e talvolta dolorosa. Se non vi piace l idea della nostalgia, fatelo per efficacia: osservate come cambia il tono di una conversazione quando tutti restano lungamente in ascolto. La qualità del dialogo migliora. Punto.
Un avvertimento finale
Non trasformate la ricerca del presente in un altro prodotto da consumare. Il rischio è farne una vetrina. La vera presenza non cerca like. È scomoda e continua a esistere anche quando nessuno la nota. Seguendo gli insegnamenti impliciti degli anni 60 e 70 possiamo coltivare una presenza meno spettacolare e più resistente.
Conclusione
Gli anni 60 e 70 non danno risposte facili. Offrono scorci pratici e contraddittori su come vivere qui e ora. Se vogliamo imparare da loro dobbiamo raccogliere frammenti: musica, assemblee, rituali, errori. E poi applicarli con il corpo di oggi. La presenza è un mestiere, non una decorazione.
| Concetto | Lezione pratica |
|---|---|
| Ritmo condiviso | Creare momenti in cui si ascolta insieme senza interruzioni. |
| Fallimento attivo | Accettare gli errori come occasioni per esercitare attenzione. |
| Rituali semplici | Reintrodurre pratiche quotidiane che spezzano l automatismo digitale. |
| Responsabilità presente | Essere qui significa affrontare il conflitto e la complessità. |
FAQ
1. Come posso sperimentare la presenza senza diventare nostalgico?
La nostalgia scatta quando la pratica diventa rivestita di ideali immutabili. Per evitarla ricomincia con piccoli gesti pratici che funzionano oggi. Scegli un luogo e un orario per ascoltare musica senza interruzioni una volta alla settimana. Prova a parlare con qualcuno senza controllare dispositivi per dieci minuti. Misura l effetto più che la bellezza del gesto.
2. Gli strumenti digitali possono aiutare a essere presenti?
Sì ma con cautela. Gli strumenti non sono neutrali. Possono rinforzare o indebolire la presenza a seconda di come li usiamo. Impostare limiti di notifica e creare rituali digitali intenzionali può trasformare la tecnologia in supporto e non in ostacolo. Non è un problema di tecnologia in sé ma di regime d uso.
3. Qual è un primo esercizio pratico ispirato agli anni 60 e 70?
Prova a tenere un appuntamento settimanale di ascolto condiviso con amici o famiglia. Mettete un disco o una playlist completa e ascoltate senza interrompere. Dopo due ore parlate di quello che avete notato. Non è un esperimento estetico; è un allenamento dell attenzione collettiva.
4. Cosa fare quando rimanere presenti diventa doloroso?
La presenza autentica può portare a contatti dolorosi. Se succede affrontalo lentamente. Non ti sto suggerendo tecniche terapeutiche in senso clinico ma un modo pratico: concediti pause, chiedi supporto a qualcuno di fiducia, e non trasformare l impegno a essere presente in una pena morale. La compassione verso te stesso è parte della pratica.
5. Perché guardare al passato invece che inventare tutto da zero?
Non propongo imitazione. Guardare al passato serve a recuperare pratiche che funzionavano come esercizi di attenzione situata. Gli anni 60 e 70 possono offrire strumenti già collaudati che possiamo riprogettare per oggi. È come prendere utensili da una cassetta degli attrezzi invece di costruirli ogni volta.