Come gli anni 60 e 70 hanno creato una generazione che non sente il bisogno di dimostrare nulla

La sensazione che certi gruppi umani non sentano il bisogno di esibire continuamente il proprio valore non nasce dal nulla. C è una genealogia culturale, materiale e politica che arriva dritta a noi e affonda le radici negli anni 60 e 70. Non è una spiegazione rassicurante né esaustiva. Ma se si vuole capire perché molte persone di quella coorte non cercano l approvazione a ogni costo bisogna guardare alle condizioni che vennero create allora e che sopravvivono oggi come abitudini e atteggiamenti.

Un cambiamento di struttura prima ancora che di stile

Molti commentatori parlano degli anni 60 e 70 come di un esplosione di stile: musica, vestiti, cineforum. Ma questo sarebbe riduttivo. Quanto avvenne fu soprattutto una ristrutturazione delle aspettative sociali. L economia del dopoguerra, l espansione dell istruzione, le nuove possibilità lavorative e l accesso a consumi prima impensabili costruirono un orizzonte in cui l individuo poteva concedersi di essere sé stesso senza che ogni azione fosse un investimento misurabile verso uno status da raggiungere. Non è che allora venne inventata l autostima. Piuttosto vennero create condizioni in cui non era necessario guadagnarsela ogni giorno attraverso prove esterne.

Autonomia come norma quotidiana

Molte persone nate o cresciute in quegli anni hanno imparato a dare valore alla libertà di scegliere. Questo non equivale a indolenza: significa che la misura della vita è spesso interna. Non stupisce che, in carcasse sociali più elastiche, la competizione frenetica perda qualcosa della sua presa. C è meno urgenza performativa e più attitudine a modellare la propria esistenza in modo meno spettacolare.

Le istituzioni e la tregua con l apparire

Università aperte a masse più grandi, movimenti per i diritti civili, nuovi modelli lavorativi: tutto questo rese la prova pubblica meno imprescindibile. Per decenni dopo, molte di quelle persone si trovarono in posizioni dove il riconoscimento sociale veniva dato per scontato o misurato in modi non ostentativi. Il risultato? Una generazione abituata a una relazione meno nervosa con la visibilità.

Dr Jean M Twenge Professor of Psychology San Diego State University iGen spends less time with their friends in person perhaps why they are experiencing unprecedented levels of anxiety depression and loneliness.

Non sto citando Twenge per spiegare gli anni 60. La sua ricerca riguarda generazioni successive. Tuttavia la sua osservazione sulla modificazione delle relazioni sociali aiuta a capire come le pratiche nate negli anni 60 e 70 abbiano poi frammentato le modalità con cui si cerca approvazione. Le infrastrutture sociali cambiano le emozioni collettive.

Un ibrido tra sicurezza sociale e autonomia privata

Questa generazione non è monolite. Alcuni cercarono la ribellione pubblica mentre altri scelsero la cura privata del progetto di vita. Però un tratto ricorre: la gestione personale della legittimità. Invece di dover continuamente dimostrare un valore esterno hanno spesso sviluppato una capacità di autoregolarsi. Questo non è sempre sano. A volte si traduce in chiusura o sufficienza. Ma altre volte permette scelte meno performative e più radicate.

Perché non hanno bisogno di dimostrare nulla (e perché questo irrita chi viene dopo)

Se oggi la cultura del like e dell incessante misurazione è la norma, chi viene da un ambiente dove il riconoscimento era meno substrato di ogni scambio sociale può apparire sereno o addirittura sprezzante. Non è che non valuti il consenso. Semplicemente, non lo richiede come condizione di esistenza. Questo atteggiamento irrita chi cresce in contesti dove il valore è misurato in metriche pubbliche e comparabili.

Personalmente ho visto persone nate tra il 1945 e il 1965 che rifiutavano interviste patinate e invece preferivano incontri piccoli e lunghi. Non era modestia posticcia. Era un modo di essere che non cercava l applauso come prova di sopravvivenza. Sembra un dettaglio banale ma ha conseguenze politiche. I movimenti che chiedono visibilità ad ogni costo spesso dimenticano che la rinuncia alla prova spettacolare può essere essa stessa un posizionamento potente.

Il lato oscuro della non esibizione

Non tutto quel rifiuto è virtuoso. Esiste un tatticismo della riservatezza che può diventare arroganza. Se la generazione decide che non ha più bisogno di dimostrare nulla, tende anche a sminuire i criteri di valutazione collettiva che sono utili per la giustizia sociale. Io non difendo né demonizzo: osservo. La questione è che il rifiuto della prova pubblica mette in crisi strutture che invece richiederebbero più trasparenza, non meno.

Le eredità invisibili che ancora contano

Hai presente quella zia che non posta mai niente ma sa sempre dove trovare una soluzione pratica? È un esempio piccolo e utile. Molti dei comportamenti quotidiani che prendiamo per scontati derivano da un equilibrio instaurato nel 60 e 70 tra cura personale e impegno collettivo. L indipendenza emotiva, la fiducia nelle istituzioni educative dell epoca, l idea che non tutto dev essere performato: tutto questo è passato per vie sotterranee e oggi determina una soglia differente di bisogno di convalida.

Una provocazione

Forse chi cerca prove ogni dieci minuti non ha torto. Forse la cultura della dimostrazione produce risultati immediatamente misurabili che altri stili non generano. Ma la cosa che mi interessa è che la mancanza di bisogno di dimostrare non equivale a disimpegno. È un altro modo di tenere insieme vita e valore. E questa alternativa merita, almeno, di essere ascoltata senza sarcasmo automatico.

Conclusione aperta

Non mi interessa chi ha ragione. Mi interessa capire come certe decisoni culturali generino generazioni con differenti economie emotive. Il fatto che gli anni 60 e 70 abbiano plasmato una generazione che non sente il bisogno di dimostrare sé stessa non è un elogio né una condanna. È un fatto storico con effetti pratici e contraddizioni. E soprattutto: è un invito a pensare a come misuriamo il valore e a chi lasciamo il compito di deciderlo.

Tabella di sintesi

Elemento Impatto
Ristrutturazione economica e accesso all istruzione Riduzione della necessità di prove pubbliche per legittimazione personale
Movimenti sociali e controcultura Nuove norme di espressione e autonomia privata
Cambiamento delle istituzioni Spazi di riconoscimento meno ostentati e più interni
Rischi Possibile arroganza della riservatezza e minore trasparenza pubblica

FAQ

1. Questa generazione è un blocco unico o è diversa internamente?

È profondamente diversa internamente. Le categorie generazionali servono a orientare, non a fotografare. Dentro la fascia anagrafica che comprende gli anni 60 e 70 convivono persone con scelte e priorità opposte. Ci sono quelli che hanno estremizzato la visibilità e altri che l hanno rifiutata. L effetto comune che descrivo riguarda tendenze culturali, non uniformità di comportamento.

2. Come influisce questo atteggiamento sulle relazioni intergenerazionali?

Genera fraintendimenti. Giovani abituati a metriche pubbliche trovano irritante l apparente indifferenza di chi non cerca prove. Viceversa, chi non sente il bisogno di dimostrare interpreta la continua richiesta di conferme come instabilità. Serve dialogo e pazienza: due qualità che spesso mancano in entrambe le parti.

3. È un fenomeno solo occidentale?

No. Le trasformazioni degli anni 60 e 70 hanno avuto manifestazioni diverse a seconda del contesto nazionale ma in molte società occidentali e non occidentali si è vista una simile tendenza all aumento dell autonomia individuale. Le modalità variano con la storia locale, le istituzioni e le economie ma l impulso di fondo è ampiamente diffuso.

4. Questa attitudine è destinata a scomparire?

Le attitudini culturali evolvono ma lasciano tracce. Anche se i nativi digitali e le nuove economie spingono verso una cultura della dimostrazione, le pratiche e i valori nati negli anni 60 e 70 resistono come alternative praticabili. Non scompariranno del tutto. Saranno invece rimescolati e reinterpretati dalle generazioni successive.

5. Come possiamo apprendere qualcosa da questa generazione senza idealizzarla?

Ascoltando. Praticare la conversazione lunga, non la replica immediata. Osservare come certe persone risolvono problemi senza mostrarsi e provare a trasferire metodi concreti, non stereotipi. È un lavoro paziente ma utile se si vuole costruire una società meno ossessionata dai numeri e più attenta ai risultati reali.

Author

  • Antonio Minichiello is a professional Italian chef with decades of experience in Michelin-starred restaurants, luxury hotels, and international fine dining kitchens. Born in Avellino, Italy, he developed a passion for cooking as a child, learning traditional Italian techniques from his family.

    Antonio trained at culinary school from the age of 15 and has since worked at prestigious establishments including Hotel Eden – Dorchester Collection (Rome), Four Seasons Hotel Prague, Verandah at Four Seasons Hotel Las Vegas, and Marco Beach Ocean Resort (Naples, Florida). His work has earned recognition such as Zagat's #2 Best Italian Restaurant in Las Vegas, Wine Spectator Best of Award of Excellence, and OpenTable Diners' Choice Awards.

    Currently, Antonio shares his expertise on Italian recipes, kitchen hacks, and ingredient tips through his website and contributions to Ristorante Pizzeria Dell'Ulivo. He specializes in authentic Italian cuisine with modern twists, teaching home cooks how to create flavorful, efficient, and professional-quality dishes in their own kitchens.

    Learn more at www.antoniominichiello.com

    https://www.takeachef.com/it-it/chef/antonio-romano2
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