Negli anni 60 e 70 molte persone maturarono un rapporto con la comunità che oggi suona quasi straniero. Questo pezzo racconta quel modo di stare insieme come esperienza pratica e contraddittoria, non come nostalgia mitizzata. Parlerò di cosa funzionava, cosa si è perso e perché alcune lezioni potrebbero ancora salvarci. La frase chiave qui è Cosa hanno imparato le persone cresciute negli anni 60 e 70 sulla comunità ed è il filo rosso che attraversa ricordi, dati e opinioni personali.
Una sensazione di responsabilità collettiva che non era perfetta ma tangibile
Se chiedi a chi aveva ventanni tra il 1965 e il 1975 ti sentirai dire cose diverse: chi racconta volontariato in parrocchia, chi parla di mutualismo operaio, chi ricorda assemblee di condominio che duravano ore. Non era un eden. Era spesso esclusivo, a volte paternalista, ma c’era una sorta di meccanismo quotidiano che legava le persone. Quella responsabilità collettiva non era sempre democratica, ma permetteva di ripartire oneri e vittorie senza attendere istruzioni dallalto.
Quando la comunità era una rete di gesti pratici
La comunità di allora non era soltanto un concetto. Si misurava nei trasferimenti di competenze da vicino a vicino. Riparare il tetto di un vicino, prestare una macchina per portare un figlio dal medico, organizzare la festa del paese con le poche risorse disponibili. Questi gesti producevano fiducia operativa. Oggi abbiamo tecnologie che simulano la comunicazione ma difficilmente sostituiscono la fiducia che nasce dallaver visto qualcuno fare qualcosa per te senza interessi evidenti.
“Light touch government works more efficiently in the presence of social capital. Police close more cases when citizens monitor neighborhood comings and goings. Child welfare departments do a better job of family preservation when neighbors and relatives provide social support to troubled parents.”
Robert D. Putnam Professor of Public Policy Harvard University.
La citazione di Robert Putnam sintetizza una verità empirica: la presenza di capitale sociale riduce la distanza tra istituzioni e vita quotidiana. Non sto usando Putnam per chiudere il discorso. Lo uso perché indica che quella esperienza degli anni 60 e 70 non era un lusso emotivo ma un elemento operativo della società.
La lezione difficile che pochi vogliono ammettere
La comunità del passato non era neutra. Portava con sé regole non scritte che escludevano. Chi veniva considerato “dentro” riceveva fiducia e opportunità. Chi era “fuori” rimaneva tagliato fuori. Se c’è una lezione che oggi si rifiuta di guardare in faccia è questa: legami forti possono essere salva vita per alcuni e gabbia per altri. Qualsiasi progetto di rinascita comunitaria deve guardare a questo paradosso e affrontarlo con onestà.
Non tornare indietro ma riprendere ciò che funziona
Propongo di non cercare un ritorno allo stesso modello. La nostalgia porta spesso idee sbagliate: non si tratta di ricreare identiche associazioni di quartiere dei decenni scorsi. Piuttosto si tratta di isolare elementi riproducibili. Imparare a fare cose insieme senza aspettare che un algoritmo ci dica come partecipare. Questo implica scuole che insegnino il lavoro collettivo, amministrazioni locali che facilitino attività materiali e non solo eventi di PR, spazi di condivisione dove si lavora realmente insieme.
Strumenti sociali che oggi confondono più di quanto uniscano
La tecnologia ha frammentato la nostra esperienza comunitaria. Più messaggi, più connessioni superficiali, meno storie condivise. Le persone cresciute negli anni 60 e 70 riconoscono la differenza tra informazione e impegno. Sai quando qualcuno reagisce a un post e si sente attivo? I loro gesti non somigliano alle ore passate in una sede a sistemare sedie per un incontro. I gesti digitali sono rapidi e spesso non implicano fatica reale. Ed è proprio la fatica condivisa che crea fiducia duratura.
La fatica come catalizzatore di relazione
Quando la fatica è condivisa si crea storie comuni. Queste storie diventano risorse immateriali che sopravvivono a tensioni e cambiamenti economici. Oggi la fatica spesso è privatizzata. Fare fatica insieme può sembrare antiquato eppure è la cosa che più manca nel nostro repertorio relazionale. Un gruppo che dipinge una scuola il sabato mattina ha un capitale narrativo che nessuna challenge social potrà sostituire.
Quel che la generazione degli anni 60 e 70 non ci ha lasciato chiaramente
Ci hanno lasciato tecniche pratiche e modelli di fiducia interpersonale. Non ci hanno lasciato un manuale su come includere chi la comunità lha sempre trovata ostile. Lavorare con l’eredità significa anche riformare quel patrimonio, renderlo meno autocelebrativo e più generoso. È un lavoro ingombrante e spesso scomodo: richiede di mettere mano a pratiche consolidate e cambiarle dallinterno.
La responsabilità delle istituzioni e degli individui
Le istituzioni devono smettere di trattare la comunità come qualcosa da misurare solo con indici e finanziamenti a breve termine. Gli individui devono accettare che la partecipazione vera implica tempi e fallimenti. Non è sempre gratificante. Ma senza azione la comunità diventa una bella idea teorica esposta in convegni e poco più.
Conclusione provvisoria
Le persone cresciute negli anni 60 e 70 ci consegnano un insieme di apprendimenti pratici. Non sono ricette. Sono indicazioni: fiducia costruita con i fatti, responsabilità condivisa, fatica collettiva, e la consapevolezza che i legami possono escludere. Se vogliamo ridare senso alla parola comunità dobbiamo scegliere quali aspetti recuperare e quali trasformare. Questo richiede coraggio politico e sociale. E forse una buona dose di umiltà.
Tabella sintetica delle idee chiave
| Tema | Lezione principale |
|---|---|
| Fiducia operativa | La fiducia nasce da azioni concrete e ripetute più che da discorsi. |
| Inclusione | I legami forti possono proteggere ma anche escludere. La riforma è necessaria. |
| Fatigue condivisa | Lavorare insieme crea patrimonio narrativo e pratico. |
| Tecnologia | Connettere non equivale a impegnare. Serve tradurre relazioni digitali in impegni reali. |
| Istituzioni | Devono facilitare spazio e tempo per la partecipazione reale, non solo progetti spot. |
FAQ
Che differenza c’era tra la comunità degli anni 60 e quella di oggi?
La differenza principale sta nella materialità delle relazioni. Negli anni 60 e 70 la comunità era costruita su pratiche ripetute e luoghi fisici. Oggi molte relazioni sono mediate da piattaforme. Questo non significa automaticamente che la qualità sia peggiore ma che la forma del legame è cambiata. La sfida è costruire continuità pratica, non solo segnale emotivo.
È possibile riattivare elementi utili senza riprodurre l’esclusione del passato?
Sì ma richiede sforzo intenzionale. Bisogna progettare spazi e regole che favoriscano la partecipazione di persone diverse. Ciò richiede tempo, mediatori locali e attenzione alle barriere economiche e culturali che impediscono laccesso. I progetti che funzionano sono quelli che investono in facilitatori capaci di tradurre aspettative diverse in pratiche condivise.
Quale ruolo possono avere le scuole nel rimettere insieme tessuto sociale?
Le scuole possono insegnare competenze di lavoro collettivo e progettazione sociale. Inserire pratiche di servizio civico collegato a didattica reale aiuta a formare cittadini che sanno collaborare. La scuola non deve diventare un agente mercantile di partecipazione ma un luogo dove la pratica della cura reciproca è parte del curriculum.
Il volontariato moderno è lo stesso di allora?
Non è lo stesso. Oggi esistono forme più fluide e spesso occasionali. Questo non è un difetto intrinseco ma una realtà che cambia la profondità del legame. Il volontariato che produce comunità durature ha elementi organizzativi, tempo condiviso e responsabilità ripetuta. Se il volontariato resta solo unatto singolo allora perde la capacità di creare capitale sociale.
Da dove conviene iniziare per ricostruire comunità locali oggi?
Iniziare da azioni con impatto visibile e ripetibile. Un progetto di cura di uno spazio pubblico, una cucina condivisa che funziona regolarmente, un laboratorio per la manutenzione domestica. Non servono grandi risorse iniziali ma serve continuità. Le istituzioni locali devono impegnarsi a sostenere la continuità più che a finanziare eventi occasionali.
Quanto conta la memoria storica nella ricostruzione della comunità?
La memoria è fondamentale ma deve essere reinterpretata. Non si tratta di idolatrare il passato ma di usarlo come contenitore di pratiche utili. Recuperare ricordi collettivi può aiutare a fare leva su esperienze comuni, ma il lavoro vero è trasformare quei ricordi in pratiche inclusive e adattate ai tempi odierni.