Non è solo nostalgia o una voglia di tornare indietro a un mondo senza notifiche. Quando dico che chi è nato negli anni 60 e 70 dà più valore alla privacy che all approvazione pubblica intendo un fenomeno sociale che ha radici profonde nelle esperienze formative di quella generazione. Ho visto questa verità emergere nelle conversazioni con amici, familiari e perfino sconosciuti al bar. La loro idea di riservatezza non è teatrale ma pratica. È fatta di atti quotidiani: chiudere la porta per parlare, non postare ogni foto, non trasformare ogni evento in un messaggio.
Radici storiche e abitudini formative
Gli anni 60 e 70 sono stati decenni di crescita in cui la privacy era tangibile. La posta arrivava in una cassetta metallica, le telefonate erano rare e circostanziate, e gli incontri faccia a faccia contavano. Questi dettagli formano la grammatica del comportamento sociale di una vita. Non è solo che erano meno “esposti”, è che hanno imparato a considerare la segretezza come una risorsa da gestire. Per loro la privacy è un gesto di rispetto verso se stessi e verso gli altri.
La normalità della discrezione
Chi ha vissuto quegli anni ha imparato a leggere i segnali sociali senza stendere ogni pensiero in pubblico. Certe informazioni non si condividono perché non hanno valore pubblico ma valore relazionale. La differenza principale con le generazioni successive non è solo tecnologica: è culturale. Per i nati negli anni 60 e 70 la riservatezza non è una mossa strategica per ottenere consenso, ma un modo per preservare confini emotivi. E quei confini si costruiscono nel tempo, con piccoli gesti che ripetuti diventano regole non scritte.
Una resistenza quasi istintiva alla vetrinizzazione
Sta crescendo una narrativa che mette la privacy in contrapposizione all efficacia sociale. Io non credo a contrapposizioni nette: alcuni cercano visibilità con calcoli finissimi e altri cercano discrezione per istinto. Ma la generazione 60 70 tende a privilegiare l autostima interna rispetto all approvazione esterna. La logica è semplice e personale: se la tua bussola morale non dipende dai like allora la pressione pubblica perde gran parte del suo potere coercitivo.
When the social network doesn’t find it convenient to have privacy we say Okay social network you don’t want privacy maybe we won’t have it either But we did this without having the conversation.
Sherry Turkle Professor of the Social Studies of Science and Technology Massachusetts Institute of Technology
La voce di Sherry Turkle è utile qui perché sposta l attenzione: non è solo che i singoli scelgono la privacy, è che l abbiamo data via senza discuterne quando la tecnologia ha cambiato le regole. I nati negli anni 60 e 70 ricordano un dialogo sociale dove certe concessioni non esistevano ancora e quindi le considerano preziose.
Esperienze professionali e controllo dell immagine
Molti appartenenti a questa fascia hanno attraversato carriere professionali in cui la reputazione si costruiva nella vita reale. Il datore di lavoro, il cliente, il vicino: l osservatore era un insieme circoscritto. Questo ha creato una disciplina diversa nella gestione dell immagine. Non si trattava di nascondere quanto di scegliere cosa rivelare. Paradossalmente la loro prudenza li rendeva spesso più efficaci nel mondo pubblico: sapevano come esserci senza consumarsi.
Le politiche pubbliche e la memoria del controllo
Un fattore sottovalutato è l esperienza storica con forme di controllo istituzionale. Quegli anni hanno visto tensioni politiche, attentati, intercettazioni e pratiche giudiziarie che rendevano più concreta l idea di sorveglianza. La memoria collettiva non è un dato astratto: influenza come si percepisce il rischio di esposizione. Per chi ha vissuto quegli anni la privacy non è teoria ma una protezione pratica e spesso politica.
Non è solo paura ma scelta civica
La preferenza per la riservatezza spesso si accompagna a un senso civico. Non è fuga dalla vita pubblica ma un modo di partecipare che non passa dalla misura pubblicitaria del consenso. Per alcuni la riservatezza è indispensabile per pensare criticamente, dissentire senza timore di essere strumentalizzati, o coltivare relazioni autentiche non mediate da schermi. È un atto politico sottile e refrattario alle mode della trasparenza assoluta.
Perché la generazione successiva reagisce diversamente
Le generazioni nate dopo 1980 hanno avuto un diverso apprendistato emotivo: connettersi ha significato trovare, costruire e monetizzare reti. Per loro l identità si negozia costantemente in pubblico. Ma questo non vuol dire che sian tutti indifferenti. Molti sono consapevoli dei costi e cercano nuovi equilibri. Quello che cambia è il lessico: dove i 60 70 parlano di riservatezza, le generazioni dopo parlano di gestione della reputazione digitale.
Suggerimenti pratici ma non dogmatici
Non voglio proporre regole definitive. Mi interessa piuttosto segnalare un percorso: ascoltare la storia dietro la preferenza per la privacy può aiutarci a immaginare strumenti migliori. La tecnologia non è neutralmente buona o cattiva ma raramente neutra rispetto a chi ne subisce gli effetti. Chi è nato negli anni 60 e 70 porta una cautela che non è antiquata ma potenzialmente illuminante per ripensare norme e pratiche di convivenza digitale.
Conclusione aperta
Non credo che la generazione dei 60 70 abbia il monopolio della saggezza riguardo alla privacy. Ciò che mi interessa è riconoscere il valore delle storie che spiegano perché qualcuno preferisce il silenzio alla ribalta. La sfida contemporanea è riaprire la conversazione che Turkle ci invita a fare. Questa conversazione dovrebbe mettere al centro non la colpa dei più giovani o l orgoglio dei più anziani ma la costruzione condivisa di limiti che proteggano la dignità individuale senza rinunciare alla vita pubblica.
| Idea | Perché conta |
|---|---|
| Memoria storica | Forma atteggiamenti verso sorveglianza e fiducia nelle istituzioni |
| Formazione relazionale | La discrezione è un’abitudine appresa e praticata |
| Esperienze professionali | Reputazione costruita offline insegna a gestire l esposizione |
| Scelta civica | La privacy come strumento per dissentire e pensare liberamente |
FAQ
Perché chi è nato negli anni 60 e 70 dà più valore alla privacy che all approvazione pubblica?
Perché la loro formazione sociale e storica ha attribuito concretezza alla riservatezza. Hanno imparato a gestire confini emotivi senza strumenti digitali che forzino la visibilità. Questo ha creato una preferenza che spesso si traduce in azioni quotidiane di discrezione. Inoltre esperienze collettive di controllo politico e professionale hanno rafforzato la percezione della privacy come protezione utile e necessaria.
È solo una questione di età o ci sono eccezioni?
Non è solo età. Ci sono molte eccezioni dovute ad ambiente, professione, istruzione e scelte personali. Alcuni nati negli anni 60 e 70 sono molto visibili online per motivi di lavoro o interesse personale. Allo stesso tempo molti giovani cercano la riservatezza con pratiche nuove. Le categorie aiutano a leggere i fenomeni ma non spiegano tutto.
Come possono le generazioni dialogare su privacy e visibilità?
Serve un confronto che non sia accusatorio: ascoltare storie personali, riconoscere bisogni diversi e costruire regole condivise. Le aziende tecnologiche e le istituzioni possono facilitare creando opzioni chiare e rispettose. Ma il cuore del dialogo resta umano: capire perché qualcuno preferisce limitare l esposizione aiuta a progettare soluzioni più rispettose.
La privacy come valore sociale può essere difesa senza tornare indietro?
Sì. Difendere la privacy non significa rinunciare alla vita pubblica. Significa progettare limiti, strumenti e norme che permettano di scegliere quando e come mostrarsi. Questo richiede pressione culturale e politica, non solo scelte individuali. È una pratica collettiva che si costruisce con pazienza e consapevolezza.