Come crescere negli anni 60 e 70 ha forgiato un io più forte e distinto

Crescere negli anni 60 e 70 non era un semplice fatto di moda e musica. Era un modo di vivere con implicazioni profonde per chi poi avrebbe portato quelle esperienze dentro la propria identità per decenni. In questo pezzo provo a spiegare perché la generazione che è diventata adulta in quegli anni sviluppò una compattezza interiore che oggi spesso fatichiamo a ritrovare. Non è nostalgia.
Ci sono ragioni strutturali e personali che non si leggono nei racconti consolatori dei social. Qui racconto parti mie e parti condivise con amici e con alcuni studi che non vengono citati a sproposito.

Un ambiente che chiedeva scelte concrete

Negli anni 60 e 70 molte scelte erano meno mediate da esperienze virtuali. Il luogo di lavoro il quartiere la parrocchia o il bar potevano diventare palestre per decisioni ripetute e visibili. Per i ragazzi questo significava che errori e tentativi producevano conseguenze immediate. Non sto celebrando la durezza del passato. Dico che il continuo confronto con situazioni fisiche e sociali favoriva il consolidarsi di abitudini di responsabilità.
Questo non è un meccanismo automatico ma un terreno dove l’identità veniva continuamente misurata e rimisurata. E misurazione rinforza confini. Non nel senso di chiusura rifiuto o rigidità ma come definizione più netta di se stessi rispetto a ciò che è esterno.

La pressione del visibile

Quando la tua reputazione era costruita faccia a faccia e non dietro like anonimi la coerenza aveva un valore pratico. La generazione 60 70 imparò che certe scelte non potevano essere rimandate a un algoritmo. L’identità si costruiva anche sul rispetto di impegni piccoli e banali. Questi atti ripetuti funzionarono come una specie di memoria muscolare della personalità.

La cultura della controdomanda

Non parlo solo di rivoluzione politica. Parlo di una cultura che insegnava a porre domande difficili e rifiutava risposte preconfezionate. Scuole corte librerie piene di saggi e giornali popolari erano luoghi di confronto. Il confronto non era solo intellettuale. Era esistenziale.
Il risultato fu che molti giovani dovettero definire cosa valeva per loro prima ancora di diventare genitori o proprietari di case. Questa premura precoce costrinse a formare narrativi personali più robusti. E quando dico robusti non intendo inflessibili. Intendo capaci di reggere cambiamenti forti senza sbriciolarsi.

For indeed in the social jungle of human existence there is no feeling of being alive without a sense of identity.

Erik H. Erikson psicologo e psicoanalista Harvard University.

Questa affermazione di Erikson sintetizza una verità teorica che si lega bene alle esperienze pratiche di chi visse quegli anni. L’identità non era un concetto da salotto. Era qualcosa che si costruiva nella vita quotidiana e nella politica di strada.

Piccole comunità grandi specchi

Il quartiere la bottega sotto casa la squadra di calcio erano spazi dove l’esserci contava. Oggi abbiamo comunità liquefatte e gruppi vasti ma impalpabili. Negli anni 60 e 70 la reputazione era un meccanismo di feedback continuo e spesso non indulgente. Questo produsse due effetti contrapposti.
Da una parte la pressione sociale poteva diventare limitante. Dall’altra mise in moto una forma di autodisciplina che consolidò l’identità personale. In molti casi la tensione fra autonomia individuale e norme collettive aiutò a scolpire confini identitari più netti.

La marginalità come laboratorio

I gruppi di minoranza di quegli anni non erano ancora substrati di nicchie globali. Erano spazi ristretti dove l’innovazione identitaria doveva essere testata e difesa. Questo processo a volte feriva ma spesso insegnava resilienza. La resilienza era un prodotto sociale oltre che psicologico. Era pratica e non solo parola.

Rituali concreti di passaggio

La generazione 60 70 incontrò rituali che oggi chiameremmo banali. Il primo lavoro il militare il matrimonio erano prove con esiti visibili. Superarle o fallire aveva ripercussioni materiali. Per questo le identità formate allora avevano un ancoraggio sulla realtà economica e sociale. Ciò non significa che fossero più vere. Significa che erano meno fluide e più integrate nelle pratiche quotidiane.

Permettetemi un parere personale. Ho amici nati tra il 1945 e il 1955 che mostrano una fermezza nelle scelte che spesso irrita i loro figli. Quella fermezza viene da anni in cui le scelte non erano sceneggiate ma metabolizzate. A volte diventa testardaggine. Spesso è coerenza. La linea di demarcazione dipende dal contesto e dall’elasticità che la persona ha mantenuto.

Perché oggi sembra tutto diverso

La digitalizzazione ha cambiato il modo in cui ci presentiamo e riceviamo feedback. Oggi molti costruiamo identità attraverso performance ripetute in ottica strategica. Negli anni 60 e 70 molte persone non avevano bisogno di performance calibrate. Avevano bisogno di presenza e di compiti. Ciò produceva una sostanza diversa dell’io. Una sostanza che orientava e non solo si mostrava.

Non sto dicendo che fosse migliore

Non voglio restaurare un passato ideale. Ci furono violenze errori esclusioni. Tuttavia un aspetto rimane: quell’epoca ha lasciato tracce di un’identità capace di sopportare i vuoti e i disinganni. Questo spiega perché molti oggi cercano di emulare certe pratiche solo che le riproducono spesso in modo superficiale. Il lavoro non è la stessa cosa se fatto per vocazione o se fatto per un’immagine online.

Riflessioni finali non definitive

Se sei nato in quegli anni probabilmente riconoscerai alcune immagini più di altre. Se sei nato dopo non devi invidiare. Puoi però imparare. L’identità robusta non è un dono genetico. Si costruisce. Si costruisce anche attraverso gesti ripetuti e contesti che rivelano chi siamo quando le cose precipitano.
Non offro soluzioni perfette. Offro una lente: guardare ai 60 e 70 come a un laboratorio di pratiche identitarie piuttosto che come a un mito da rievocare. Se ti interessa possiamo esplorare insieme quali pratiche leggere e riprendere oggi per mettere a fuoco il proprio io.

Tabella di sintesi

Aspetto Come influenzava l’identità
Scelte visibili Creavano responsabilità e memoria di comportamento
Comunità locali Forivano feedback costante e reputazione concreta
Controdomanda culturale Stimolava riflessione precoce su valori e scopi
Rituali di passaggio Ancoravano l’io a conseguenze reali
Marginalità attiva Laboratori di resilienza e sperimentazione

FAQ

Come posso prendere qualcosa di utile da quell’epoca senza romanticizzarla?

Comincia con piccoli esperimenti. Scegli un impegno concreto che abbia conseguenze visibili. Non si tratta di imitare il passato ma di recuperare il valore della responsabilità in azioni ripetute. Prendere una responsabilità misurabile ti espone a feedback reali che sono fondamentali per costruire una narrativa personale credibile.

Quegli anni non erano pieni di contraddizioni sociali?

Sì. E molte delle contraddizioni erano dolorose. Però le contraddizioni non impediscono la formazione di un io solido. Anzi a volte lo rafforzano. Affrontare contraddizioni richiede decisione e pratica. Questo processo ha formato molte persone con senso critico e capacità di negoziazione personale.

La tecnologia rende impossibile riprodurre quelle condizioni?

Non totalmente. La tecnologia cambia il medium ma non le pratiche di base. Si può creare responsabilità concreta anche in un ambiente digitale se si stabiliscono regole chiare e conseguenze tangibili. La sfida moderna è tradurre pratiche che funzionavano offline in comportamenti sostenibili online senza perdere profondità.

Quale ruolo ha avuto l economia in quella formazione identitaria?

L economia era un fattore importante perché molte scelte erano condizionate da opportunità materiali limitate. Questo costringeva a definire priorità reali. L effetto fu spesso quello di scolpire un io che sapeva rinunciare e scegliere. Anche qui non dico che fosse ideale. Dico che fu formativo.

Possono i giovani di oggi coltivare la stessa solidità?

Sono convinto di sì. Ma la strada non è la stessa. Serve consapevolezza nel progettare impegni concreti e la volontà di accettare feedback concreti. Serve anche accettare che la coerenza non sia immutabilità ma capacità di mantenere una direzione pur adattandosi al cambiamento.

Esistono ricerche che confermano queste osservazioni?

Esistono studi di psicologia dello sviluppo e sociologia che collegano esperienze sociali ripetute e riconoscibili alla formazione di identità stabile. Limitarsi alla sola esperienza personale sarebbe ingenuo. Tuttavia l osservazione diretta del vissuto rimane una fonte preziosa per capire come certe pratiche funzionano nella vita reale.

Author

  • Antonio Minichiello is a professional Italian chef with decades of experience in Michelin-starred restaurants, luxury hotels, and international fine dining kitchens. Born in Avellino, Italy, he developed a passion for cooking as a child, learning traditional Italian techniques from his family.

    Antonio trained at culinary school from the age of 15 and has since worked at prestigious establishments including Hotel Eden – Dorchester Collection (Rome), Four Seasons Hotel Prague, Verandah at Four Seasons Hotel Las Vegas, and Marco Beach Ocean Resort (Naples, Florida). His work has earned recognition such as Zagat's #2 Best Italian Restaurant in Las Vegas, Wine Spectator Best of Award of Excellence, and OpenTable Diners' Choice Awards.

    Currently, Antonio shares his expertise on Italian recipes, kitchen hacks, and ingredient tips through his website and contributions to Ristorante Pizzeria Dell'Ulivo. He specializes in authentic Italian cuisine with modern twists, teaching home cooks how to create flavorful, efficient, and professional-quality dishes in their own kitchens.

    Learn more at www.antoniominichiello.com

    https://www.takeachef.com/it-it/chef/antonio-romano2
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