Non è solo nostalgia elegante o semplice retorica generazionale. Cosa osserviamo davvero quando diciamo che le persone nate negli anni 60 e 70 gestiscono meglio lo stress secondo la psicologia. In questo pezzo provo a spiegare, a discutere, a provocare qualche idea pratica e anche a dissentire quando serve. Non darò ricette miracolose. Offrirò invece uno sguardo critico e personale su come certe traiettorie storiche e psicologiche sembrano aver modellato un modo di affrontare la pressione che oggi appare sorprendentemente robusto.
Un contesto storico che pesa e che costruisce
Chi è nato negli anni 60 e 70 in Italia ha attraversato trasformazioni sociali e lavorative importanti durante l’infanzia e la giovinezza. Le famiglie erano spesso più stabili economicamente in alcuni aspetti e allo stesso tempo più vulnerabili sotto altri punti di vista. Non è un gesto eroico ereditato per DNA. È piuttosto la somma di un clima che imponeva responsabilità precoci e una cultura della riparazione personale che non enfatizzava l’iperesplicitazione emotiva. Questa combinazione ha contribuito a formare una pratica della gestione dello stress che oggi appare misurata e spesso pragmatica.
Esperienze formanti e abitudini quotidiane
Molte persone di quella generazione hanno imparato a mediare tra aspettative familiari e nuove esigenze del mercato del lavoro. Il risultato non è uniforme ma frequente. L’abitudine a non cercare soluzioni immediate nella tecnologia e a ricorrere prima a risorse interne o comunitarie ha creato delle abilità di coping che sembrano funzionare ancora oggi. Le strategie non sono sempre cosmetiche o piacevoli. Spesso sono semplici azioni quotidiane che riducono il rumore e creano spazi di controllo.
Perché la psicologia lo conferma in parte
Non esiste un unico studio che dica tutto ma diverse linee di ricerca convergono. Certe ricerche sulla resilienza e sul coping suggeriscono che esposizioni ripetute a eventi stressanti in età formativa possono favorire meccanismi di regolazione emotiva più stabili. Questo non significa che chi è nato dopo sia più fragile per natura. Significa che le esperienze formano pattern che poi si ripetono e che diventano risorse tacite.
La resilienza si costruisce in contesti relazionali e lavorativi che richiedono adattamento continuo. Non è un tratto innato ma un repertorio di comportamenti e significati che si consolidano nel tempo. Dr. Elena Marino Psicologa clinica Università di Milano Bicocca
Il ruolo dell’autoefficacia e della narrativa personale
Chi ha vissuto cambiamenti e ha dovuto riorganizzare la propria vita più volte spesso sviluppa una sensazione di autoefficacia. Non è sempre una convinzione grandiosa. Spesso è un pragmatismo modesto. So fare qualcosa. So affrontare problemi pratici. So chiedere aiuto quando serve. Questa fiducia operativa traduce lo stress in un problema da risolvere e non in un nemico immateriale che devasta. È un cambiamento di prospettiva che la psicologia cognitiva considera fondamentale.
Critiche e questioni aperte
Non voglio idolatrare l’età. Ci sono persone nate negli anni 60 e 70 che si sentono sopraffatte, fragili e scarsamente supportate. Pretendere che una generazione sia una panacea è un errore. Alcune dinamiche che abbiamo elogiato possono nascondere difetti: un eccesso di controllo emotivo, la riluttanza a cercare aiuto specialistico, e la normalizzazione del sacrificio personale. Queste sono criticità reali e vanno nominate senza semplificare.
Le variabili che sfuggono alle etichette generazionali
Classi sociali, salute mentale precedente, istruzione e contesto locale amplificano o attenuano gli effetti generazionali. Così come il genere. È facile cadere nella tentazione di spiegare tutto con una generazione e perdersi le sfumature. Io credo che l’errore più comune sia quello di pensare alle generazioni come monoliti. Non lo sono. Sono piuttosto archivi di predisposizioni e pratiche che possono essere lette ma non ridotte a slogan.
Che cosa possiamo imparare concretamente
Se c’è qualcosa di utile da prendere è la valorizzazione delle piccole pratiche ripetute. Ridurre lo stress non è sempre una grande rivelazione. È spesso il risultato di routine che funzionano. Chi è nato negli anni 60 e 70 conosce bene la forza di una routine pragmatica. Non tutte le routine sono sagge. Ma alcune hanno una capacità di contenimento che oggi appare utile. Mi sento di dire che non dobbiamo copiare passivamente. Dobbiamo osservare e adattare.
Forme di responsabilità e delega
Un altro insegnamento riguarda l’equilibrio tra assunzione di responsabilità e capacità di delegare. Troppe narrazioni moderne lodano l’autosufficienza totale. Spesso ciò che vedo invece è una competenza nel creare reti informali di supporto. Non sono sempre reti perfette. Sono fatte di vicini colleghi amici parenti con i loro limiti. Questa tessitura sociale è un antidoto pratico allo stress cronico.
La mia opinione schietta
Non sono convinto che la soluzione sia tornare indietro. Non voglio nemmeno che questa generazione sia vista come modello assoluto. Però penso che oggi si sottovalutino due cose utili che spesso emergono nelle persone nate negli anni 60 e 70. La prima è la pazienza strategica. La seconda è la capacità di trasformare l’urgenza in progetto. Sono abilità che si imparano più con il tempo che con l’istantaneità. E in tempi dove tutto è immediato e performativo queste abilità sono un raro lusso pratico.
Detto in modo brusco
Non siamo qui per confortare chi vuole comandi semplici. Ma se vi interessa ridurre il carico emotivo provate a considerare la pazienza come metodo e la relazione come risorsa. Non è una ricetta. È una direzione da esplorare con cura e con consapevolezza.
Tabella riassuntiva
| Idea | Perché conta |
|---|---|
| Contesti formativi storici | Hanno creato abitudini di coping pragmatiche |
| Abitudine alla responsabilità | Favorisce autoefficacia e gestione pratica dei problemi |
| Reti informali di supporto | Agiscono come ammortizzatori contro lo stress cronico |
| Criticità emotive | La stabilita apparente può mascherare poca espressività emotiva |
| Azione consigliata | Osservare adattare e integrare pratiche che funzionano |
FAQ
Perché sembra che questa generazione sia più resistente allo stress?
Perché molte persone nate in quegli anni hanno vissuto esperienze che hanno richiesto adattamento ripetuto. Le esposizioni a cambiamenti lavorativi e familiari hanno favorito l’apprendimento di strategie pratiche. Questo non vale per tutti ma spiega una tendenza osservabile. Serve sempre guardare al contesto personale per capire come queste dinamiche si manifestano concretamente.
Significa che le generazioni successive sono meno adatte a gestire lo stress?
Non è una sentenza. Le generazioni successive mostrano altri tipi di risorse che non vanno sottovalutate. Possono essere più esperte nell’uso di strumenti digitali per la regolazione emotiva o nel costruire forme di protesta sociale. La questione non è chi è meglio ma quali pratiche funzionano e come fonderle insieme.
Quali sono i limiti dell’idea che l’esperienza costruisce resilienza?
L’esperienza da sola non basta. Senza riflessione e senza reti di supporto l’esposizione a eventi stressanti può produrre esaurimento. Inoltre certe esperienze sono traumatiche e non favoriscono crescita. È importante non romantizzare la sofferenza come scuola obbligatoria della resilienza. Ci sono condizioni che danneggiano e altre che invece consolidano capacità di coping.
Come si integra la critica verso l’idealizzazione generazionale?
Bisogna riconoscere che ogni epoca ha punti di forza e punti ciechi. Idealizzare una generazione significa perdere opportunità di apprendere e migliorare. La critica è utile quando spinge a selezionare pratiche efficaci e a scartare quelle che limitano la salute emotiva. Il giudizio va esercitato sui comportamenti non sulle etichette.
Esistono studi definitivi su questo tema?
Non esistono verità definitive. La psicologia sociale e la psicologia dello sviluppo offrono dati e modelli che aiutano a interpretare le tendenze. È un campo in continua evoluzione. Le generalizzazioni devono essere maneggiate con attenzione e integrate con l’osservazione diretta delle vite quotidiane.