Cresciuti fra radio a valvole e manifestazioni di piazza, quelli nati e cresciuti negli anni 60 e 70 mostrano una sorprendente leggerezza davanti al passare del tempo. Non è soltanto nostalgia o rifiuto della realtà. È qualcosa di più complesso e spesso frainteso: una cultura privata di certe ansie moderne e nutrita di pratiche sociali che hanno reso la vecchiaia meno spaventosa, almeno psicologicamente. Nella mia esperienza di cronista e osservatore ho visto persone di questa generazione affrontare l età con una combinazione di pragmatismo antico e ironia tagliente che raramente appare nelle coorti successive.
Memorie formative che non spaventano
Quando parlo con chi è stato giovane durante le rivolte, le lotte per i diritti civili e le prime paranoie ambientali, emergono due cose: un abituarsi precoce all incertezza e una familiarità con la perdita. Percepire la fragilità del mondo fin da giovani produce, paradossalmente, una specie di allenamento emotivo alle catastrofi minori. Il corpo che cambia entra nella lista degli eventi che si possono metabolizzare. Non significa che non ci siano paure. Significa che le paure hanno un sapore diverso e non monopolizzano la vita quotidiana.
Il lavoro come misura di sé
Per chi ha costruito identità forti attorno al lavoro manuale o intellettuale l invecchiamento ha meno a che fare con la paura di smettere di essere se stessi e più con la ridefinizione del proprio ruolo. Molti di questi uomini e donne non attendono passivamente la pensione. Negli anni ho incontrato falegnami che continuano a intagliare per il gusto di farlo e insegnanti che hanno smesso di correggere compiti ma non di spiegare. Quest atto di continuare a fare è spesso sottovalutato dalle analisi demografiche, ma è cruciale per capire perché la paura dell età appare attenuata.
Una rete sociale che resiste
Le comunità nate negli anni 70 hanno mantenuto legami di vicinato e forme di mutuo aiuto che le statistiche non catturano. Cene condivise, scambi di prestazioni e gruppi di interesse persistono e forniscono una copertura emotiva e pratica. Questo non è un romanticismo: è un vantaggio concreto che riduce l ansia di dipendere da istituzioni lontane. In molte città italiane dove ho svolto reportage la rete familiare estesa continua a funzionare come cuscinetto, e chi è cresciuto nel periodo in questione la riconosce e la usa senza imbarazzo.
La politica dell esperienza personale
Negli anni 60 e 70 la politica era spesso qualcosa di pratico e non solo di ideologia da salotto. Se hai passato la gioventù a organizzare assemblee o a negoziare spazi, impari a gestire crisi e a trattare con enti pubblici. Questo dà una competenza che si traduce in maggiore sicurezza quando arrivano problemi legati all età. Non è frase fatta: è l effetto di saper fare cose concrete con le proprie mani e di conoscere gli strumenti dell amministrazione pubblica.
“I boomers tendono a evitare l etichetta di ‘anziani’ mentre continuano a vedere il valore della partecipazione attiva nella società.” Dr Robert Butler Founder National Institute on Aging.
La tecnologia vista con pragmatismo
Molti commentatori dipingono i nati negli anni 60 e 70 come digitalmente confusi o riluttanti. Alcuni lo sono, certo. Ma una larga parte ha adottato la tecnologia come strumento senza farla diventare un imperativo identitario. Se il messaggio generazionale è stato per anni “impara il mestiere e torna a casa”, la tecnologia è stata aggiunta alla cassetta degli attrezzi e non elevata a valore morale. Questo atteggiamento riduce l ansia da prestazione che affligge generazioni più giovani: non serve essere sempre aggiornati per sentirsi a proprio agio nella propria età.
Estetica e accettazione
Un altro elemento sottovalutato è estetico e culturale. La generazione degli anni 60 e 70 ha partecipato all espansione di forme estetiche inclusive. La moda che una volta glorificava la giovinezza ha ceduto spazio a un concetto più sfumato del bello. Non è che tutti abbiano accettato le rughe con entusiasmo, ma molti le interpretano come segni di vita vissuta più che come stigmi da nascondere. Questo cambia il tono emotivo: l invecchiare non è una disfatta estetica ma una narrazione visibile.
Non tutto è rose e fiori
Ovviamente non voglio idealizzare. Problemi finanziari, salute ridotta e perdita di amici sono reali e dolorosi. Tante persone nate in quegli anni affrontano l incertezza economica con meno risparmi di quanto sperassero. Però l atteggiamento mentale resta spesso più resiliente. È una resilienza che non cura tutto ma rende la vita più abitabile nella fase successiva dei sessanta o settanta anni.
La responsabilità collettiva
Infine c è un aspetto che mi fa arrabbiare un poco: la retorica che costringe i nati negli anni 60 e 70 a essere eroi dell autogestione. Viene spesso detto implicitamente che loro hanno scelto la strada e perciò non possono lamentarsi. Ma non è vero. Le strutture sociali e le politiche pubbliche contano. Ciò che osservo è che questa generazione ha fatto una scommessa morale su se stessa e per ora in molti casi ha vinto la partita della serenità, senza troppo rumore.
Perché questa osservazione importa
Capire perché chi è cresciuto negli anni 60 e 70 teme meno l invecchiamento non è esercizio nostalgico. Serve a evitare analisi monolitiche che non colgono le variazioni culturali all interno delle coorti. Serve anche a ricordare che molte strategie psicologiche usate allora sono riutilizzabili oggi: reti di mutuo aiuto, senso pratico, continuità del fare. Non sono ricette magiche ma strumenti che riducono la paura e permettono di vivere meglio.
Un invito non richiesto
Se dovessi dare un consiglio spiccio e un po irriverente direi: guardate meno i manuali e fate più cose con le mani. Non è una cura, è una pratica che cambia il tono del giorno. Non spiego tutto. Alcune cose vanno sperimentate sul campo e poi raccontate, non declamate in sermoni da salotto.
In conclusione la leggerezza dei nati negli anni 60 e 70 davanti alla vecchiaia nasce da un intreccio di esperienza sociale pratica, reti di sostegno e un atteggiamento culturale che valorizza la continuità del fare. Non è assenza di dolore. È un modo diverso di tenerlo insieme.
Riepilogo delle idee principali
| Idea | Perché conta |
|---|---|
| Esperienze formative all incrocio con la crisi | Allenano alla gestione dell incerto e riducono l ansia di futuro |
| Lavoro e identità attiva | Fare mantiene senso e ridisegna i ruoli anziché cancellarli |
| Reti sociali resistenti | Offrono sostegno pratico ed emotivo non catturato dai numeri |
| Approccio pragmatico alla tecnologia | Riduce la pressione da performance generazionale |
| Estetica della vita vissuta | Trasforma i segni dell età in narrazione personale |
FAQ
Chi sono esattamente le persone a cui si riferisce l articolo?
Mi riferisco a coloro che sono stati bambini o giovani adulti durante gli anni 60 e 70. In Italia questo include persone nate approssimativamente fra la metà degli anni 40 e la metà degli anni 60. Non è una categoria omogenea ma una coorte con esperienze comuni legate a trasformazioni culturali e sociali.
Questa attitudine significa che non cercano cure o aiuto?
No. Molti cercano e usano servizi sanitari e assistenziali. La differenza è nel modo in cui raccontano il bisogno e nel fatto che spesso preferiscono soluzioni comunitarie o pratiche di autoaiuto prima di rivolgersi a strutture formali. Questo atteggiamento può aiutare ma non sostituisce politiche pubbliche adeguate.
Le generazioni successive temono di piu l invecchiamento?
In parte sì ma è complicato. Le paure delle generazioni successive sono spesso legate a condizioni economiche e sociali diverse. La generazione più giovane affronta carichi di precarietà e trasformazioni del lavoro che rendono il futuro più incerto, e questa incertezza si somma alla paura dell età.
Cosa possiamo apprendere concretamente da chi è cresciuto in quegli anni?
Si possono riprendere pratiche di rete e di mutualismo, valorizzare il saper fare manuale e riconoscere il valore dell esperienza. Sono strumenti sociali che non risolvono tutto ma cambiano il tono emotivo con cui si affronta l avanzare dell età.
Questo articolo offre consigli medici?
No. Qui si parla di atteggiamenti culturali ed esperienze sociali. Per questioni mediche o terapeutiche è necessario rivolgersi a professionisti qualificati.
È possibile che questa visione sia solo un illusione collettiva?
È possibile. Non nego che ci siano problemi reali e oscuri che la narrativa positiva può mascherare. Il punto è che la percezione del proprio invecchiare influenza molto l esperienza quotidiana e qui descrivo un dato culturale che merita attenzione senza diventare autosufficiente come spiegazione unica.